Terrorismo, chi sono i terroristi, finanziatori del terrorismo, i signori della guerra, i padroni del petrolio, Islam e occidente

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TERRORISMO DOPO LA STRAGE DEGLI INNOCENTI NELLA SCUOLA RUSSA

PERCHÉ?

Il terrorismo infierisce nelle aree di crisi grazie anche ai finanziatori dell’industria del massacro, come è accaduto a Beslan.

Lo definiamo terrorismo islamico e di volta in volta lo chiamiamo Cecenia, Irak, Spagna, Arabia Saudita, Afghanistan, Filippine, Uzbekistan. Lo ritroviamo nei 13.000 potenziali obiettivi controllati in Italia a Ferragosto e negli aeroporti degli Usa, nelle speculazioni sul prezzo del petrolio a Wall Street e nel contrabbando di droga sui monti del Pakistan. Nella furia dei ceceni come nei miliziani arrivati da Paesi lontani per aiutarli. Dopo l’orrendo massacro di Beslan, è davvero giunta l’ora di rifare i conti. E di rendersi conto che il terrorismo non è globale, come spesso si dice, ma piuttosto glocal, cioè globale e locale al tempo stesso.

Il capo terrorista ceceno Shamil Basaev
Il capo terrorista ceceno Shamil Basaev (foto AP)
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Parlare di "terrorismo globale" vuol dire credere ancora che una centrale smisti qua e là, una volta a New York e un’altra a Baghdad, i gruppi incaricati di colpire. Tesi che non regge se consideriamo anche solo le enormi differenze tra le formazioni del terrorismo: Hamas e la Jihad palestinese non hanno nulla in comune con i ceceni o con i talebani. La realtà è che il terrorismo islamico infierisce su fronti assolutamente locali o regionali. Come la Cecenia, appunto, o la Palestina. O le isole meridionali delle Filippine o la Somalia. Come lo stesso Afghanistan (non dimentichiamo che i talebani furono creati da Usa e Pakistan per ribattere ai "signori" della guerra e dell’oppio) o persino l’Irak, prima chiuso nella dittatura di Saddam e oggi aperto a tutte le guerriglie. Per cui, se davvero vogliamo far qualcosa di concreto, dobbiamo anche noi pensare glocal e renderci conto, per quanto sembri paradossale, che l’industria della morte "lavora" come molte altre industrie, come certe imprese italiane del Nord-Est nate in Veneto e oggi presenti in Moldavia o in Romania: produzione in un Paese, strutture dirigenziali e finanziarie in un altro.

Nello spazio postsovietico tutto questo è ancor più evidente. Prendiamo l’Uzbekistan, dove qualche mese fa, in concomitanza con il processo a un gruppo dell’estremismo islamico, vi sono stati tre attentati kamikaze in un giorno. È un Paese con tanti giovani, disoccupazione alle stelle, corruzione enorme, diritti civili al minimo e opposizione soffocata, dominato da un autocrate ex comunista come Karimov, che usa il petrolio come un bene personale. Gli inquieti e gli scontenti sono moltissimi e infatti l’islamismo è accorso per offrire la propria "risposta". La Cecenia ha seguito un percorso analogo. Sappiamo tutto dell’autonomia promessa e poi negata da Eltsin, dei giochi dei clan e di Dzhokar Dudaev, della guerra del 1994, delle crudeltà dei russi, delle fosse comuni e dei campi di concentramento, delle crudeli rappresaglie dei ceceni, degli assalti agli ospedali. Stupisce che l’islamismo vi abbia attecchito?

Quei muratori terroristi

Aleksej Vsevolodovic Malashenko, docente universitario e ricercatore presso il Centro Carnegie di Mosca, è uno dei massimi esperti russi dei problemi del Caucaso. Assiduo visitatore della Cecenia, è stato a Grozny in occasione delle recenti elezioni presidenziali. «Sono stupito che il Cremlino parli di un 80 per cento di affluenza ai seggi», dice Malashenko, «poiché ho visto con i miei occhi molti seggi deserti. E gli scrutatori mi parlavano del 30 o 40 per cento al massimo. D’altra parte la gente era impaurita, assai più di quanto lo fosse un anno prima, quando fu eletto Kadyrov. In ogni caso la scelta di Alu Alkhanov era quasi inevitabile: Mosca non poteva accettare che fosse Ramzan Kadyrov a subentrare al padre. Kadyrov junior rappresenta interessi precisi: il suo clan ha un esercito bene armato, controlla una parte del territorio, possiede 50 distributori di benzina. Meglio Alkhanov, un burocrate più maturo e un poco più neutrale».

Il corpo di un combattente trascinato da un camion.
Il corpo di un combattente trascinato da un camion
(foto AP).

Esiste un problema economico in Cecenia? La ricostruzione è molto indietro… «C’è un enorme problema di corruzione: l’80 per cento dei fondi stanziati per l’economia della Repubblica sparisce nelle tasche di una miriade di intermediari. Nel 1996 furono versati da Mosca 2 miliardi di dollari, però in Cecenia arrivarono solo gli spiccioli. Anche così si sono prodotte storture evidenti, come quella che, a quanto dicono gli abitanti della zona, fa sì che gli operai ceceni siano pagati fino a tre volte meno di quelli di Repubbliche come il Dagestan e la Kabardino-Balkaria». Il che spiega, aggiungiamo, perché alcuni dei terroristi di Beslan trovarono lavoro al restauro della scuola che poi hanno attaccato.

Scarsa lungimiranza dei vincitori, corruzione, inefficienza, interessi di clan o di gruppo, criminalità, infiltrazioni islamiche: è la Cecenia, ma potrebbe essere la Palestina, l’Irak o l’Afghanistan. Per rovesciare la situazione e varare politiche più illuminate ci vorrà molto tempo, sempre ammesso che ci si arrivi. Mentre bisogna fare subito qualcosa per impedire ai terroristi di organizzare nuove stragi. E qui non resta che intervenire sull’unico vero aspetto "globale" di questa campagna di morte: i finanziamenti. Il maggior lavoro, in questo senso, è stato fatto dagli Usa dopo l’11 settembre, e la maggior parte degli indizi raccolti punta verso i Paesi del Golfo Persico, soprattutto l’Arabia Saudita.

Chi finanzia il terrore?

Nonostante siano stati messi sotto accusa gli hawala, ovvero la rete informale di cambiavalute e banchieri molto diffusa in Medio Oriente, la trasmissione di denaro ai gruppi terroristici è quasi sempre avvenuta con sistemi assai più "regolari" e tipici dei canali finanziari occidentali. I terroristi dell’11 settembre 2001, per pagare alberghi, corsi di volo e altre spese, avevano aperto (in qualche caso persino cointestandoli a tre o quattro di loro) normali conti correnti bancari, su cui ricevevano fondi dall’estero e a cui erano appoggiate regolari carte di credito. Nel 2002 fu chiusa, nell’Illinois, la sede americana della Global Relief Foundation, organizzazione caritativa saudita accusata di lavorare per Osama Bin Laden. Nell’agosto del 2001 la Fondazione ricevette la visita di Saleh Ibu Abdul Rahman Hussein, che di lì a poco sarebbe diventato ministro del Governo saudita e responsabile delle due sacre moschee di Riyad. Nel suo lungo viaggio americano, Saleh Hussein trovò modo di pernottare all’Hotel Marriott di Herndon (Virginia) la notte del 10 settembre, lo stesso hotel in cui dormirono tre dei terroristi (Hani Hanjour, Khalid Almidhar e Nawaf al Hazmi) che il giorno dopo avrebbero fatto precipitare un aereo sul Pentagono.

Non vi sono prove che Saleh Hussein, mai accusato di nulla dalle autorità Usa, li abbia incontrati. Però incontrò di sicuro il proprio nipote, Sami Omar Hussein, webmaster della Islamic Assembly of North America (Iana), anch’essa accusata di complicità coi terroristi e chiusa. La Iana aveva come guida spirituale due imam, Safar Hawabi e Salma Uda, i cui nomi erano già emersi durante le indagini sul primo attentato alle Torri Gemelle.

Una fossa comune; immagini delle atrocità commesse dai russi in Cecenia documentate da un reportage della televisione tedesca
Una fossa comune; immagini delle atrocità commesse dai russi in Cecenia
documentate da un reportage della televisione tedesca (foto AP).

I soldi dello "zakat"

Saleh Hussein, infine, risultava anche tra i finanziatori di Iana. Se a questo aggiungiamo che è un dovere per il buon musulmano versare parte dei propri guadagni (è lo zakat, di solito il 2,5 per cento del reddito) per cause umanitarie, risulta chiaro che il vero snodo nel finanziamento del terrorismo sta nelle organizzazioni caritative e, in particolare, nel rapporto di alcune di esse con gli ambienti del wahabitismo (che è la forma di islam seguita dalla casa regnante saudita e, come sappiamo, anche quella da poco abbracciata dai guerriglieri ceceni come Shamil Basaev) e con alcuni settori dello Stato saudita. La Global Relief Foundation, non a caso, è stata molto attiva in Cecenia, dove ha operato a lungo e senza essere mai sfiorata dai problemi (rapimenti, taglieggiamenti, assalti) che hanno invece investito altre Ong, Croce Rossa compresa.

La convinzione che in Arabia Saudita si celino molti dei più riposti segreti economici del terrorismo è assai diffusa negli Usa. Tanto che nel marzo di quest’anno la Commissione per le relazioni internazionali della Camera dei rappresentanti ha tenuto una serie di audizioni poi pubblicate nel rapporto L’Arabia Saudita e la lotta contro il finanziamento del terrorismo. Per dare un’idea: Ileana Ros-Lehtinen, presidentessa della Commissione e rappresentante della Florida, ha chiuso la relazione dicendo che «con amici come i sauditi non c’è più bisogno di nemici». E dall’audizione dell’ambasciatore J. Cofer Black, coordinatore dell’Ufficio antiterrorismo del Dipartimento di Stato, si trae la convinzione che la Casa Bianca, nonostante qualche risultato di facciata (l’Arabia Saudita ha annunciato la fondazione della Società nazionale per le organizzazioni caritative, incaricando il ministro delle Finanze di controllare versamento e uso dello zakat), riesca a ottenere ben poco. Curiosamente, sono ben altri i Paesi (Cuba, Corea del Nord, Libia, Irak, Iran, Siria, Sudan) che George Bush accusa di complicità con il terrorismo. Se lo sapesse Michael Moore…

 Fulvio Scaglione
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