Juan Alberto Schiaffino (Pepe)
Data di nascita 28/07/1925, morto il
13/11/2002
Luogo di nascita Montevideo
Nazione di nascita Uruguay, da genitori italiani
Ruolo Centrocampista
Altri campioni
Campioni del calcio, fuoriclasse del calcio, famosi calciatori, vita e miracoli dei campioni
Schiaffino, Juan Alberto (Montevideo 1925-2002), calciatore uruguayano,
considerato da molti specialisti il migliore nella storia calcistica del
suo paese. Juan Alberto ”Pepe“ (il nomignolo col quale era conosciuto)
Schiaffino, dopo aver militato nell'Olimpia e nel Nacional, passò al
Peñarol, squadra in cui rimase tra il 1943 e il 1954, periodo nel quale
vinse sei titoli del Campionato nazionale (1944, 1945, 1949, 1951, 1953
e 1954)
Nel 1955 fu ingaggiato dal Milan, che portò alla conquista di tre
scudetti (1955, 1957 e 1959). Passato poi nella Roma, vi restò fino al
1962: con i giallorossi conquistò nel 1961 la Coppa delle Fiere
(chiamata poi Coppa UEFA). Nel 1950 fu protagonista della leggendaria
finale della Coppa del Mondo che vide la nazionale uruguayana
sconfiggere il fortissimo e favoritissimo Brasile allo stadio Maracanà
di Rio de Janeiro: in quella occasione Schiaffino fu autore del goal del
pareggio che diede il via alla rimonta, conclusa poi con la rete di
Ghiggia. L'Uruguay, vittorioso per 2 a 1, conquistò il titolo di
campione del mondo davanti a duecentomila disperati spettatori
brasiliani. In quanto figlio di genitori italiani, Schiaffino venne
schierato in quattro occasioni con la maglia della nazionale italiana.
Così lo ricordava Rizzoli
Quel giorno, il 18 di luglio 1950, la nazionale "celeste" aveva sconfitto
il favoritissimo Brasile per 2-1 e conquistato la sua seconda Coppa
Rimet e lo aveva fatto di fronte a 200.000 brasiliani, prima entusiasti,
poi increduli, alla fine disperati.
Prima della partita un dirigente uruguagio si era avvicinato a "el
capitan" Obdulio Varela e gli aveva detto "Se perderete con tre soli gol
di scarto, saremo soddisfatti", perché nessuno credeva fosse possibile
sconfiggere il Brasile.
Obdulio Varela, che conosceva i suoi polli, aveva riferito il pensiero
di quel dirigente a "Pepe" Schiaffino che lui sapeva smisuratamente
orgoglioso e dotato di una personalità smisurata quasi come la sua,
certo così di "caricarlo" al massimo.
"El capitan" aveva visto giusto perché "Pepe" non accettava di essere
secondo a nessuno, nemmeno sapendo che i suoi dirigenti "sarebbero stati
soddisfatti lo stesso"
Quella fu una partita epica, in Uruguay ne viene ancora festeggiato
l'anniversario, e di quella gara uno dei protagonisti fu proprio Juan
Alberto "Pepe" Schiaffino che segnò il gol del pareggio e ispirò quello
di Ghiggia, un gol che sprofondò nella disperazione più nera un immenso
popolo e ne rese infinitamente orgoglioso un altro.
Ma il più orgoglioso di quell'impresa fu lui, Juan Alberto Schiaffino,
che, già grande e famoso, uscì da quello stadio con una fama cresciuta
così smisuratamente da proiettarlo nel mito.
Juan Alberto Schiaffino, "el maracanazo" a parte, fu comunque un
calciatore a suo modo, e nel suo tempo, immenso.
Brera, che lo ha visto e lo ha definito criticamente come uno dei più
grandi di sempre e non solo nel suo ruolo, ne parlava come di un
"interno impareggiabile" , leggenda vuole che quando Gipo Viani si trovò
a convincere il presidente del Milan, Rizzoli, ad investire una certa
cifra (per l'epoca addirittura sconsiderata…) nell'acquisto di una
giovane mezz'ala dell'Alessandria, Gianni Rivera, a telefono gli
raccontasse "presidente al Moccagatta c'era la nebbia e non si capiva
chi era Schiaffino e chi Rivera…" .e bastarono queste parole per
convincere lo scettico presidente rossonero a sciogliere i cordoni della
borsa.
Perché il nome di Schiaffino non si spendeva mai per scherzo, perché
"Pepe" all'epoca era semplicemente "il calcio".
Lo era assieme a Di Stefano e Puskas solo che lui lo era in Italia dove
era arrivato dopo i Mondiali del '54, che in Svizzera l'Uruguay avrebbe
potuto vincere ancora se non avesse perso, anche per sfortuna, una
semifinale leggendaria contro la Grande Ungheria in quella che ancora
Brera definì "la più bella partita che abbia mai visto giocare; ho
imparato di più in quelle due ore che in vent'anni di calcio giocato e
criticamente descritto".
E quella forse fu anche la più bella partita giocata da Schiaffino nella
sua leggendaria carriera.
Non era un uomo facile Schiaffino ("Esciafino" secondo la pronuncia
rioplatense).
Leader del Penarol, la squadra di Montevideo fondata dagli emigrati
piemontesi provenienti da Pinerolo, in nazionale era un po' schiacciato
dalla personalità del vecchio "capitan" Obdulio Varela e le loro liti in
campo erano leggendarie.
Sempre Brera racconta una volta di aver letto sul labiale di Varela,
durante le concitate fasi di una sfida mondiale con l'Inghilterra, la
frase "Toma una mujer !" (letteralmente "vai a donne !") rivolta
all'isterico "Pepe", auspicando forse che la compagnia femminile
riuscisse a smussarne gli spigoli del carattere.
In effetti "Esciafino", forse a seguito di questo autorevole consiglio,
prese moglie e soprattutto venne in Italia, a prendere i (molti) milioni
di Rizzoli, per conto del Milan del quale divenne il perno, il simbolo e
soprattutto il miglior calciatore.
Col Milan vinse scudetti guidando la squadra attraverso le invisibili
redini di un carisma inarrivabile, e sfiorò , nel 1958 all'Heysel, la
conquista della Coppa Campioni persa ai supplementari con il Real Madrid
in una gara dove brillò, ormai anziano, più del grande Di Stefano.
Anche in Italia confermò il suo carattere difficile "Da Schiaffino" -
raccontò una volta Nils Liedholm-" era impossibile anche farsi pagare un
caffè" , ma c'è anche chi dice che Liddas fosse geloso del suo stipendio
e della sua classe davvero inimitabile.
Perché Schiaffino sarà stato isterico, come diceva Varela, avaro, come
racconta Liedholm, ma è anche stato il più grande interno di regìa del
dopoguerra e uno degli artefici di "el maracanazo" il più riuscito
"scherzo da prete" del secolo, almeno nel calcio.
Non so cosa scriveranno quando morirà Pelè, o quando verrà a mancare
Maradona, l'uomo che ha portato il calcio ad una dimensione
extraterrestre, un calciatore che non ha conosciuto limiti, nel bene e
nel male, ma sia il Brasile che l'Argentina hanno avuto altri campioni
prima e dopo di loro, l'Uruguay no.
Il paese che si è autodefinito "el padre del futbol porque todos saben
que la madre es la Inglaterra" non ha avuto più nessuno dopo di lui,
anche perché, diciamolo, non era facile.